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INFORMIAMO I LETTORI CHE DA GIOVEDI' 26 GENNAIO 2012 LA MENSA DELLA SOLIDARIETA' E' STATA TRASFERITA NEI LOCALI DELLA CHIESA DI VIALE CASTAGNOLA N. 6 CATANIA
"Ebbi fame e mi deste da mangiare, fui forestiero e mi accoglieste"
Il seguente articolo è stato pubblicato sul magazine mensile "La Zona Franca" del mese di maggio 2011.
San Giorgio e Librino. Ormai l’orecchio dei catanesi si è abituato a questi quartieri, accostandoli quasi automaticamente ai soliti stereotipi: palazzo di cemento, degrado, assenza di istituzioni.
Beh, forse l’assenza delle istituzioni non è poi così lontana dalla realtà, e questo non fa altro che avvalorare il degrado e l’anarchia di cui si parla su giornali e Tg. Ma, visto l’ambito su cui ci troviamo a dissertare, come il grano e la gramigna spesso convivono, così oltre ai soliti luoghi comuni esistono anche le eccezioni che invece di confermare la regola la sradicano, la sovvertono, la cambiano.
Parliamo, ad esempio, di un progetto che da poche settimane ha aperto i battenti proprio a San Giorgio, in via dell’Agricoltore: una Mensa Solidale. Così l’hanno intitolata i volontari, per la maggior parte giovani, che fanno capo alla Chiesa Evangelica di Librino diretta dal Pastore Enzo Reina. Librino e San Giorgio. Di nuovo… Strano, due quartieri degradati, eppure due quartieri all’opera. Sarà la voglia di riscatto, sarà il desiderio di uscire dalle mura della Parrocchia, sarà la forza dei giovani, fatto sta che nel giro di poche settimane questa mensa è diventata un punto di riferimento per uomini e donne provenienti da tutta la città. Sono le 16.00 di un qualunque giovedì quando entro in “Chiesa”. Già, perché mi dicono che questo locale su strada al pian terreno, interamente ristrutturato dai membri di questa Comunità Evangelica, è una chiesa a tutti gli effetti. Qui si svolge il culto dei giovani il sabato, il corso di decorazione, le riunioni di studio ed altro ancora. L’hanno affittata sei mesi fa col solo desiderio di portare qui l’opera già iniziata a Librino dal Pastore Reina nel 2003. Mi fanno vedere le foto di com’era prima: un garage senza muri divisori, senza servizi igienici, sicuramente non conforme al comune concetto di chiesa. Eppure oggi entro in un locale di culto degno di questo nome, rinfrescato, pulito, provvisto di bagni, di cucina, di un salone che ospita la mensa e soprattutto in cui si respira un profumo di ragù troppo insolito per il posto in cui mi trovo. In cucina vedo due ragazze intente a pelare patate. In sala uomini e donne apparecchiano i tavoli e lavano per terra, un altro giovane chino su un water quasi a farlo splendere; tutti allegri, scherzano, cantano. Che frenesia! Mi avvicino al Pastore con l’intento di capire di più il motivo di quanto vedo; gli chiedo cosa spinga una Chiesa Evangelica ad aprire una mensa per i bisognosi in un quartiere periferico come San Giorgio? «Il desiderio di incontrare Gesù Cristo nell’altro. In un quartiere che la “società civile” (sogghigna, n.d.r.) ha relegato alla periferia della storia della città di Catania. Siamo spinti dal desiderio di incontrare Gesù emarginato, povero, reietto, quel Gesù che continua tutt’oggi a dire ‘Ebbi fame e mi deste da mangiare, fui forestiero e mi accoglieste’».
D. Reverendo, cosa offrite ai vostri ospiti in particolare?
R. Tutto ciò che Dio ci ha donato: accoglienza, solidarietà, longanimità e, dimenticavo, un ottimo pasto.
D. Chi sono gli ospiti che frequentano la mensa?
R. Sono per la maggior parte dei casi persone che hanno perso i contatti con la realtà. Sono barboni, homeless o solamente disoccupati. Ma sono anche persone sole, ricche o povere che siano, che trovano per qualche ora il calore di una famiglia, la stessa gioia, le stesse emozioni che si respirano in casa. In ogni caso, sono persone che sicuramente vivono, loro malgrado, un disagio sociale. Ciò che sento dire a chi ci viene a trovare è di non sentirsi “sfamato” perché, seppur difficile, un pezzo di pane bene o male si può reperire. Ciò che invece l’ospite percepisce è l’essere importante, l’essere una persona al pari degli altri.
D. Pastore, chi sono i volontari che operano alla mensa?
R. Sono credenti, persone normali che si sono messe in testa di dare il loro contributo, come nella parabola del Vangelo, per curare le ferite al samaritano percosso e derubato lungo la strada della propria vita. Sono ragazzi, adulti, uomini e donne, tutti decisi a fare l’incontro con Gesù trasfigurato.
D. Non si sente molto spesso parlare di iniziative del genere in seno alle Chiese Evangeliche. Lei si sente un rivoluzionario in tal senso?
R. Premetto che cosa non da poco sia il nostro autofinanziarci, non ricevendo alcuna sovvenzione pubblica né tantomeno l’otto per mille. Detto ciò, l’essere rivoluzionario nel primario senso della domanda mi appartiene: la ri-voluzione che Gesù Cristo ha portato nella mia vita non può certo esser messa a sottacere, anzi credo sia necessario gridarla a chi quotidianamente Lui (Dio) mi mette davanti.
Detto ciò il Pastore si congeda da me perché arrivano gli ospiti ed è necessario accoglierli. Sembra che chi arrivi qui frequenti questo posto da una vita; si abbracciano, si parlano, ci si concede qualche minuto prima di iniziare a servire il pasto per parlarsi, per raccontarsi ciò che è accaduto durante la settimana. Ma poi si va via perché i piatti scorrono e, mi dicono, non è gradevole essere guardati mentre si sta a tavola. Già, effettivamente anche a me darebbe fastidio…
L. R.
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