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Se usassimo il termine umiltà secondo il suo significato etimologico ci troveremmo dinanzi un termine che descrive una posizione di sottovalutazione, di poca importanza, di non considerazione, di bassezza. Umile sta per basso, abbassato, minimo e secondo le “leggi del mondo” umile equivale a “povero” nel senso più ampio e negativo del suo significato. Ma Gesù Cristo è venuto a modificare il corso della storia, a rendere puro ciò che era impuro (At. 10.15), a rovesciare i potenti e soprattutto a innalzare gli umili (cfr. Lc 1.51-52), cioè i più bassi, coloro che della società hanno sempre rappresentato la parte, direi, “insignificante”.
Ma per quel sangue versato sulla croce, noi, uomini bassi, abbassati dal peso del peccato così opprimente e aggravante, siamo stati resi liberi e vincitori; per quel sangue tutto ciò che era impuro e riprovevole agli occhi di Dio è stato reso puro; e per quello stesso sangue coloro che del mondo erano i “potenti” sono diventati la sgabello dei piedi del Re (Sal 110.1). Tutto ciò perché Dio ama i piccoli, i “bassi”, gli umili; tutto ciò perché chi è basso capisce di avere bisogno di aiuto per arrivare alle cose alte, diversamente da chi, credendo di essere già in cima, ma in realtà non essendovi, non potrà mai arrivare a toccare la vetta, smarrito a causa di una errata e sviante convinzione. Credo che l’umile sia rappresentato da colui che riesce a capire di non essere in grado da solo di poter fare “le cose importanti”, da colui che capisce di essere manchevole di quel quid essenziale al suo innalzamento. E per innalzamento intendo il riscatto, il bisogno di liberarsi dal gravame che lo ha sempre allontanato da Dio. E chi, nel mondo, non è così basso da non aver bisogno di aiuto per risollevarsi? Beh nessuno, perché Paolo scrive che “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rom 3.23) e quindi bisognosi di un divino aiuto. E questo è l’aiuto che Gesù Cristo è venuto a dare ai “bassi” con la sua morte e resurrezione: riscattare ciò che era perduto e, soprattutto, inacquistabile ed inriscattabile, da umano sforzo alcuno. Credo infine che l’umiltà sia, oltre ad una condizione iniziale equivalente alla bassezza, anche e soprattutto una “dote” di chi, reso giusto da Dio, si rende costantemente conto del ruolo insostituibile di Cristo redentore; e chi arriva a capire ciò ci arriva avendo messo da parte il proprio ego, il proprio essere primo ed unico, mettendo cioè da parte l’orgoglio, quella condizione di alterigia che spesso l’uomo nutre. L’orgoglio è il contrario dell’umiltà, è quella condizione che innalza così tanto l’uomo da fargli credere di non aver bisogno degli altri, di Dio, di nessuno; quella condizione che inasprisce l’animo di chi lo nutre, che annulla anche l’opera di Cristo in chi lo prova, perché funge da rimbalzatore della grazia di Dio. Non può esistere cristiano che sia orgoglioso, anche se quell’orgoglio proviene da insensate ed infondate sicurezze, perché sarà proprio questo orgoglio ad impedire l’abbassamento dell’anima, cioè l’umiltà, e quindi ad impedire l’effusione della grazia salvifica di Cristo Gesù. In conclusione credo che l’umiltà rappresenti una duplice condizione: iniziale, per chi capendo di essere così piccolo da non riuscire a salvarsi da solo affida la propria bassezza alla forza innalzatrice di Cristo, e continua, di chi cioè avendo sperimentato la propria condizione iniziale non riesce più a rinunciare alla presenza giustificatrice costante di Gesù Cristo Redentore.
Luca Reina
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